Il Blog di Mattia

Ruppo

A dicembre, sceso a Catania per le vacanze natalizie, ho preso la decisione di partecipare ad un concorso letterario. non so bene perchè. forse il volermi mettere alla prova. forse il capire se sono realmente bravo o forse solo per uscire un po' dal guscio. spesso mi dimentico di aver partecipato. il tema era "donne ammaliatrici, perdere il senno e poi ritrovarlo" o qualcosa del genere. non avevo niente di pronto. ho deciso dunque di prendere, copiare, tagliare e incollare le storie scritte nel 2024, scrivere un inizio ed una fine ed ecco qui: Ruppo, Ovvero 4 storie d’amore mai nate e un epilogo fantastico.

L'arca

3-A7-FCC36-6-BFA-4-BCF-9619-410-AFD1-AC40-E-1-105-c

I suoi polpastrelli toccano il bracciolo destro del sedile dell’autobus.
Percezione: è come se mi toccasse.
Con sé ha una valigia in plastica dura.
È salita poco prima che l’assistente di bordo chiudesse le porte del treno.
Io= mi chiamo Mattia ed ho 23 anni.
Sistemo il mio zaino.

6 e qualcosa.
Guarda il telefono. Prende le cuffie. Rilassa la schiena, il collo, la testa sul sedile.
Mi preparo per scendere: è ora.
È ancora buio. Vedo la sua sagoma dietro di me. Sta anche lei cercando il secondo treno per andare a Charleroi.

I suoi capelli sono bronzei. Spettinati.

I colori predominanti sono 3.
Ha una giacca sgualcita, verde.
Un jeans, nero.
Un grande zaino, arancio.

Gli occhi verdi suoi cercano aiuto. La guardo. Mi sorride.

Ripenso a quanto avvenuto ieri: Io, l’amore non so cos’è. Ho amato, amo ed amerò. Probabilmente mi definisco un amante, participio presente di amare. L’idea che l’attimo prima sia più potente del sesso, del bacio, della carezza, degli occhi.

Tempo presente: Pietro mi vede dimagrito.
«sono le femmine a farti dimagrire così tanto?»
Mi squadra diritto, ha un indizio di lacrime sulla palpebra sinistra.
Sto in silenzio.
«no, non sono loro.»
Si alza e va a parlare con mio padre.

Maucini

533-ECC77-4-F90-432-B-9033-D4-EE444777-F6-1-105-c

Nel sogno c’era P. è strano. P è la figlia di un’amica di mia madre. ci conosciamo da quando siamo piccoli.
Rovisto, il primo ricordo legato a lei.

É la festa di compleanno della figlia di Ester. c’era pure Damiano.
Prima: sono sopra nel giardino.
Dopo: sono dentro. Francesco e lo zio Turi discutono su cani da caccia.
Infine: sono lì, sotto. nella stanza dei giochi.

L’animatrice: mi afferra per il gomito e mi consegna alla festa.
Tutti i maschi sono, di fronte a tutte le femmine.
Il rito propiziatorio dei balli di gruppo ha inizio.
(ero nicareddu e non avevo sviluppato l’odio per ogni forma di ballo)
Faccio di tutto per mettermi di fronte a P.
Per farmi notare da lei, agisco da cretino (topos ricorrente).

Il secondo è a mare.

Siamo in pilaja.
Io: mi sento in imbarazzo per via della mia forma fisica.
Lei invece: è sempre stata bella.
Sardonica, guarda dall’acqua mentre in imbarazzo tolgo la mia maglietta.
(la sua femminilità è sbocciata: ora ha lunghi artigli, sguardo vispo e un colorito bruno, dato dal sole d’agosto)

Saliamo a casa. In testa ho il cappello in paglia di nonno Sebastiano.
Mi pavoneggio e prendo dei frutti dagli alberi di fico.

Dopo pranzo tutti, stavano andando a casa di Antonio.
Lei era seduta in veranda: sul divano vecchio, annoiata. M’affrunto ma le chiedo di venire.
«no matti non mi va.»
«vieni dai.»
Irritata sale sul vecchio motorino blu di mio zio.
Saluto tutti e presento P.

Vedo: si sta annoiando, si sente fuori luogo.
Vedo me stesso: mi sento fuori luogo. (non sono tagliato per la socialità).
Le vado vicino, nel lato del tavolo bianco in plastica dove sono sedute tutte le ragazze e, all’orecchio, le sussurro «andiamo».
Lei continua a guardare dritto.
Abbasso lo sguardo.
Esangue. mi tiene la mano.

Passiamo dai Maucini.
I colori predominanti sono 3.
Blu= il cielo.
Ocra chiaro= la terra, i muri, il vento in faccia.
Turchese con motivi floreali= il suo costume.

Le labbra erano rosa; forse un filo di lucidalabbra. quello che, quando lo guardi bene splende giusto un po’.
Siamo in scogliera. non sta parlando. io invece parlo tantissimo, voglio dar prova di quello che so e di come lo so.
Ho 18 anni. credo di non essere cambiato tanto da allora.

Non c'era, ma sentivo musica.
Non mi capivi. voglio stringerti forte.
Si muore. voglio stringerti forte.
Si diventa fossili. poi polvere. ocra chiaro.

Si alza, compie un giro su se stessa, butta il suo pareo sul masso d'argilla. Si tuffa.
«sei pazza? c’è troppo vento».
«vieni dai».

Non ho mai imparato a tuffarmi. i piedi formano un goffo chiasmo con le braccia e, le prime due dita del sinistro stuccano il naso. Sono lì da lei.
Ride, mi abbraccia dalle spalle e mi bacia i capelli.
Il cuore è giovane. onesto. si sente dalla voce.
Entriamo nella grotta.

«sai che sei un tipo strano»
«perché?»
«che motivo hai di inventarti sempre tutto? Finiscila».

Dallo zaino esco due fichi, ne apro uno. Do metà frutto a lei.
Mi sdraio sul suo ventre scuro pieno di salsedine e insieme guardando il cielo ad occhi chiusi ci rifacciamo promesse: abbiamo 18 anni, il mondo è nostro.

Il colore bellissimo
del cielo ad occhi chiusi.
(sono verdi i suoi)

«ricordi quell’estate dove c’erano le rane? uscivamo dopo cena, ci vedevamo tutti davanti al grande carrubo e andavamo alle casette rosa, a prendere più rane possibili.»
«certo che ricordo. tu tenevi la torcia ed io e Damiano rinchiudevamo tutte le rane nel secchio.»
«chissà come mai non le abbiamo più riviste.»
«già.»

Mi alzo dal letto. apro il microfono della doccia. preparo il caffè. Metto il talismano in borsa. tolgo le cuffie. apro l’aula. è ora di ricominciare.

La Mite

IMG-0599

Era un giovedì o un venerdì sera di metà febbraio.
Ruggero: doveva incontrarsi con la colombiana.
Noi: eravamo usciti per dargli supporto.
Mentre parlavo di Fujifilm e Leica con Tindaro entrò lei con un suo gruppo di amiche.
La riconobbi subito, era la ragazza con la quale feci match il giorno dopo essere tornato in città.
Era stupenda.
Ascoltava Gaber.

Se c’è una pietra che la rappresenta, questa è l’ambra. O il topazio. Il giorno dopo le mandai un messaggio e le proposi d’uscire.

L’aria era serena. Quiete.
Andammo in un locale poco fuori dal centro che serviva cocktail particolari in bicchieri particolari.
Era estuosa ed aveva, una voce calda.
Argomenti suoi: partito radicale, Amnesty e il topos dell'incomunicabilità giovanile.
Io le spiegai come si dividono le aree del cervello, l’aspetto neurologico della musica e le consigliai dei libri russi.

2.30
Gli elementi sono: aria, fuoco.
Siamo seduti in una panchina della facoltà di giurisprudenza a parlare delle ONG e dell’importanza dell’aiutare sempre il prossimo.
Pensavo fosse quella giusta.
Forse lo era, quel giorno.

Uscimmo 2 venerdì dopo.
Ci sedemmo nello stesso locale dove la vidi la prima volta, quando sembrava ambrea.
Due mangiafuochi e un trampolinista: ai bimbi voleva regalare dei palloncini.
Tirai fuori dalla tasca dei jeans una Chupa Chups. Rise e la mise nella borsa di tela.

Percezione: non andò bene come la prima volta. Qualcosa era cambiato.
(Forse il tempo. forse la musica ad un volume troppo alto. forse cercavamo altro.)

Via Crociferi. mezzanotte.
Avrei voluto baciarla, ma non lo feci.
Avrei voluto: correre, prendere le sue mani, dirle che ero stufo di aspettare, che dopo tanto tempo volevo innamorarmi follemente, che la aspettavo da anni.
Ma non lo feci.

La sera le dissi che sarei andato al Live di Pino d’Angiò con i ragazzi.
-sono di fronte al Dj- mi disse.
C’era troppa gente. Sono tutti così alti, e io così piccolo.
Al centro del palco non riuscivo a vederla.
Ci incontrammo all’uscita. Era ancora più bella.
Mi presentai alle sue amiche.
«noi stiamo andando al solito bar.»
«a dopo allora.»

I miei amici tifavano per me.
Ero contento, penso.

Si sedettero nei tavoli in fondo, quelli verso il castello. Arrivai 5 minuti dopo, dovevo fare pipì.
Incontrai P, non la vedevo da 5 anni. (l’agitazione inizia qui)

Quando arrivai Nunzio mi disse: «lei è lì.»
Non sapevo che fare. qualcosa stava salendo.
Tindaro e Rosario mi insultavano. Le sue amiche avevano gli occhi puntati su di me. Quei 2 chiedevano il suo nome per gridarlo. Si domandavano se con lei avessi già fatto sesso o meno. (certo che no, guardalo).
Pietra.
Diventai pietra.
Pietra rossa.

(Alzato fisso il vuoto)
Alle mie spalle lei e le sue amiche mi fissavano. Improvvisamente sentii ghiaccio. Mi sentivo nudo.
Non ero io a comandare il mio corpo.
Frano.
Loro continuarono a irridermi. Le sue amiche continuarono a fissarmi.
Ero nudo.
È finita. Ho perso. Mi sono fatto sopraffare dall’ansia.
Lei e le sue amiche se ne vanno. Tindaro e Rosario cambiano argomento di discussione. rimango solo.
Solo. Nudo. Vuoto. Freddo. Perso.
Torno a casa alle 3.40 e le mando 3 vocali dove cerco di spiegare cosa mi è successo.
Visualizzato.

Aprile. Maggio. Giugno. Luglio. Agosto. Settembre.
L’ho pensata tanto.
Vedevo, con occhi non miei lei. Le sue pupille e i suoi capelli sul rosso e il suo neo.
Catania non è una città grande. la rincontrai altre volte.
Ho, sempre fatto finta di non vederla. Ha, sempre fatto finta di non vedermi.

Il sogno ricorrente è dentro la stanza dei miei nella casa delle concerie. Io supino nel loro letto vecchio.

Guardo la finestra. è gialla, di lamiera, di costruzione degli anni 60. Il muro è bianco ruvido.
Un’anta è aperta. Fuori c’è l’albero della caccarazza.
Entra il vento dell’isola.
Una luce ocra cozza il mio viso (non so quanti anni ho).
Si sovrappone al mio ricordo di lei.
L’immagine è sbiadita. È alta.
Ha i capelli a caschetto e mi fissa.
Non capisco dove stia poggiando i suoi piedi. Rimane in silenzio.

In cucina mia madre tenta di non fare entrare qualcuno spostando tutto il suo peso nella piccola porta d’ingresso in legno.
Ha paura e piange.
È notte. Cade il santino in plastica di mia nonna.
Il visitatore vuole distruggere la porta.
Esco fuori. scalzo corro.
ai miei piedi vi è cemento fresco. poi ghiaia. poi sabbia.
Passo da Gino. Passo da Raffaele.

Spiaggia.
B, è lì.
Respiro a fatica. Raschio la gola.
Alzo gli occhi. Vedo delle seppie il nero. (Di nuovo).

A lungo ho cercato di spiegarmi il perché la mia mente colleghi quel ricordo bucolico a lei. Non lo so ancora.

Tornando a casa apro Tinder e vedo lei. (Notte fonda) Decido di cercarla. Usciamo due o tre giorni dopo.
Mi faccio trovare a piazza Mazzini, nell’angolo parallelo alla prima volta.
È tutto già accaduto, solo ad un marciapiede di distanza.
Fumo una sigaretta. Ha qualcosa in sé, penso: mentre mi abbraccia.

«tu vuoi essere mio amico?» dice: guardando la sua birra, giocando con la carta umida.
Silenzio.
«no.
tu mi piaci.»

(Qui cambia il tempo.
Lo spazio diventa illusorio. Non esiste niente.)

Non so spiegare bene a parole cosa sia successo dopo. La conversazione ha mutato assetto.
Ha detto.
Ho detto. Credo

«tra una settimana partirò per Bruxelles, studierò lì per tre anni.» «e noi?»

Life Is What Happens When You're Busy Making Other Plans

Antelucano:
«vorrei baciarti, ma credo sia meglio non farlo»
«no»
Abbracciandola sento il suo odore. Dura circa 7 secondi. Scostandomi mi da un vasuni a mezzaluna.
Rimango a pensare. Penso che abbia già vissuto questo.
Lo spazio acquisisce di nuovo la sua forma. Sono solo brillo.

Mi alzo dal letto. apro il microfono della doccia. preparo il caffè. Metto il talismano in borsa. tolgo le cuffie. apro l’aula. è ora di ricominciare.

Nespole

IMG-1578

Ha cambiato stampo (tutto).
I colori, i suoni, le parole: orfane d'accento,
si dissolvono in un fuoco sacro.
Una pira: luce sugli spettri.

Sono le 8 di mattina.
Di solito a quest’orario prendo l’autobus per andare a Messina.
Ho detto una bugia ai miei. vado a Palermo con lei.
Ci sentiamo sui dm, le mando una foto e dico: sono già qua.
Ha un giubbotto di jeans lunghissimo, larghissimo e con una zip strana (non mi piace tanto).
«qui noi ci salutiamo con il bacio sulla guancia.»
Annuisce.

Di certe cose non si parla. non si scrive: bisogna solo mantenere il ricordo vivo. ardere. arsura.
Non so se sia esistita veramente o se sia stata solo uno spettro.
L’amore è un fantasma. Tutti ne parlano. Nessuno lo vede.
sai: la vita degli uomini, è piena di miracoli.

Chi mi di ce/rà/eva
di giorni pieni
dove i sordi colgono
il vino dei muti.

Lungomare di Palermo.
Ha dei buffi occhiali da sole e fa un odore diverso.

«sai che qui mangiamo le nespole?»
«cosa sono?»
Cerco su Google una foto:
«so che sono un frutto cinese, ma che un colonizzatore le ha portate qui in Sicilia e la pianta si è adattata bene al terreno»
Guardiamo il mare seduti su una panchina. Non ricordo se ci fosse il rumore del mare o meno.

C’era vento. (Rivivo l’isola/ i maucini/ il futuro freddo di Bruxelles) Sulla destra c’erano ragazzi che giocavano a fare i ragazzi.

In totale l’avrò vista 3 o 4 volte.
Credo sia stato un bene. Vederti troppo è dissanguarti.

K, era in Sicilia per caso, si era lasciata da poco ed era venuta senza una precisa meta. O forse no (non ricordo più niente).
«respira»
Ho bisogno di ricostruire.
Ho bisogno di ricostruire per essere.
Essere. Glielo dissi. Che volevo essere. Lei mi disse be/long. Come Rodrigo. Rodrigo mi parlò della fondamentale importanza di trovare una connessione con qualcosa. Con qualcuno. Il toccarsi.
L’arsura d’amore.

Il motore è acceso.
Il giorno non lo ricordo più.
è scesa dalla montagna a piedi ed è da poco arrivata al nuovo appartamento.
Ci vediamo verso le 16. da Savia prendiamo una granita. Ha un marsupio strano.
Ha un fare mogio.
Pedagnamo sul lungomare. Cita del lockdown di Taiwan e del suonare per staccare dal lavoro che fa. (dipinge benissimo). In seguito, mi regalerà un talismano.

La neve si scioglierà.
Cadrà altra neve.
Sono passati tanti anni. non ricordo più il suo viso.
L’idea era che lei fosse un baco da seta.
O forse io.

Probabilmente il suo frutto è una nespola.

“Le oche sono tornate nel lontano nord e non riesco a ricordare il tuo volto/ non chiedermi se la mia vita ha fretta/ il tramonto è annegato e ha detto addio al giorno/ ll tuo nome non lo ricordo/ non incolpare la mia vita per essere così di fretta”

Nel mio taccuino ha scritto il mio nome. due sillabe. ci avrei fatto casa.
Forse per lei ho provato amore (puro).
Ho pensato di passare tempo con lei.
La frutta sugli alberi. il mare e una mano sulla schiena.

20.45 Era buio.
Mio padre ritardava.
Scesi dall’autobus e la accompagnai a casa.
Camminammo dalla stazione fino al suo appartamento, si trovava vicino al mio ex liceo.
Il mio inglese era pessimo.
Canta un’astutacannili.
Sapevo, che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei vista. (mio padre ritardava)
Le spiegai la differenza tra la parola Addio e la parola Arrivederci. sorrise.
I suoi occhi chiusi,
avevano un bel colore.

Estinto dall'acqua,
brucio nel silenzio.

Mesi. mesi. mesi. mesi. mesi.
In una lettera mandatami per posta mi parlò di una sorta di connessione spirituale. Non credo molto a queste cose. io, dopo Z, ho mandato in pensione Dio.
Forse sono troppo razionale.

Ricordo però, (è atipico) quando sono partito con uno zaino per Parigi ho sentito il suo strano odore. L’ho sentita vicina per un po’.
Forse, per un attimo, ero finito in mezzo
ai respiri del mondo.

Mi alzo dal letto. apro il microfono della doccia. preparo il caffè. Metto il talismano in borsa. tolgo le cuffie. apro l’aula. è ora di ricominciare.

Girasa

Whats-App-Image-2024-06-15-at-10-32-36

Piazza Dante 22.15.
L’aspetto mentre fumo una sigaretta. È in ritardo.
È sotto due alberi che danno l’ingresso al monastero.
Ho già finito di fumare da un po’, ma faccio finta di aspirare l’ultimo tiro e getto per terra la sigaretta mentre le vado incontro.

Lei, è girasa.

Ha, i capelli legati, due, lunghi orecchini e, una camicia bruna. Non ho fatto caso al resto.
le sue, labbra creavano una sinusoide.

Guardavo: i suoi occhi. ghiacciai.

Avevo sete.
Mi sale dal petto.
Gli occhi,
dentro i suoi occhi,
lo do fondo con le lacrime, l’amore
goccia a goccia,
come sangue di crasti.

È tardi. Pago per due.
La saluto. Guardo in alto: vedo delle seppie il nero. punti bianchi. Forse è lì il senso.

14 giugno. 16.10
Sono sotto casa sua. Rombo di motore.
Troviamo Tiziano, un hippie dai capelli bianchi e un gran orecchino color oro che ci consegna all’isola. (La dimensione cambia)
Vento.
Odio il vento.
Sono davanti con Tiziano. lei, ha le gote un po’ rosse. accenna un sorriso. Forse è in imbarazzo.

Gli scogli sono scomodi.
T, con i capelli sciolti è ancora più bella.
Sembra felice. Penso di essere felice.

Guardo i gabbiani.
Mangiamo girasa.
Parliamo.
Stiamo in silenzio.

Rumori: mare, gabbiani, lucertole dal collo rosso, barca con la musica reaggeton (odio).

18.55
Ritorniamo sulla terra ferma. Salutiamo Tiziano ed andiamo a mangiare una granita. Mi racconta del mare di Esbjerg, dei temperamenti affettivi in nord Europa e di quanto sia buono il pistacchio in questa granita. \ L’elemento è l’acqua: lo stato ghiacciato.

20.22
Ci abbracciamo. Incrocio il suo sguardo.
sono sotto casa sua. Rombo di motore.
Ha i capelli pieni di salsedine. ne è rimasta un po' sui miei polpastrelli.
Forse zio Tiziano ha ragione. lei, è una sirena.

Mi alzo dal letto. apro il microfono della doccia. preparo il caffè. Metto il talismano in borsa. tolgo le cuffie. apro l’aula. è ora di ricominciare.

l’Amerca

Chiudo l’aula. Metto le cuffie. Tolgo il talismano dalla borsa. Vomito il caffè. Chiudo il microfono della doccia. Sono a letto (mi voto e mi rivoto) ed apro gli occhi.
Davanti a me c’è nonno Sebastiano.
Ha il cappello di paglia.
In vitigno, mi guarda da lontano. fermo. Ghigna sotto il baffo. Io= mi chiamo Mattia ed ho 23 anni.
La luce è strana. (La dimensione sta cambiando).

Nonno cammina su un filo. Reale e irreale. Passo sicuro. Verso: ignoto.

La caccarazza canta e le viti sembrano non avere fine. è, uno stretto corridoio lungo e i frutti sono rosso atro come il sangue nelle mie mani sporche.
Le sue: provate dal tempo.

Pare: custode di un sapere immateriale, che sfugge agli occhi. A questa dimensione.
Non sto capendo.

«ogni ‘rappolo rappresenta una storia. Ro’ passato, ro’ presente, ro’ futuru. To’, mia, di cuegghiè»

Continua a camminare.
Una piccola porta in legno appare nel mezzo della vite.
Nonno entra. Io, entro.
Un fascio di luce ci attanaglia.

Sensazione: piacevole.
Percezione: benessere bucolico.

Pilaja. Tempo di friscanza.
Ho i piedi scarzi pieni di sabbia. Alzo lo sguardo.
Infinite donne sono nella infinita spiaggia. Nude, ballano in cerchio ora ridendo ora piangendo ora di nuovo ridendo.
Pare: la danza, Henry Matisse.

«non è reale vero?»
«chiste su le femmine che hai amato, che non hai amato, che hai rifiutato, che ti hanno rifiutato, che potrebbero amarti, che non potrebbero amarti. Il tuo cuore è mare: non sai quando sarà tempestoso.
Non sai quando sarà calmo. E tu, non riesci a trovare la quiete. A paci. Corri dietro a cosa? Identificalo.»

Il mio fiato si spezza.
Piango. Piango lacrime vere. Piango lacrime vere anche ora, mentre scrivo.
Fuori ragione, grido: «io non capisco cosa non va. affogo. Non riesco a creare legami. Aiu n’ruppo, un nodo che non riesco a sciogliere. Ogni volta che conosco una donna, ogni volta che mi infatuo, ogni volta perdo. Ogni volta che credo di essere vicino alla fine, che mi avvicino, per scioglierlo, il ruppo, si tende di più, diventa più teso. Mi isolo di più. Ho Paura.»

Magarìa: Nonno mi da un filo e il mio corpo diventa: aquilone.
Si fa notte. (Non vedevo il cielo così pieno di stelle da tanto)
l’anima avanza.

Siamo sulla luna.
«io non ti posso dire cos’è l’amore. L’amore è come un fantasma. Tutti, ne parlano. Nessuno, lo vede.»

Mi guarda intensamente. Squarcia il mio corpo. Penetra la mia anima.

«Iu non t’aiu diri nenti chiui. Mattia, a crisciri. Il ruppo sei tu stesso. A 'mparari a vìriri oltre a to’ timidezza. Iettati e nun ci pinsari. Non t’astutari mai. Abbanba tutti i jorna. Non c’è amore in queste immagini distorte. C’è solo il riflesso dei tuoi desideri insoddisfatti. chiddu ca stai circannu non su sti fimmini. Chiddu ca stai circannu è la sintuta di sentiriti vivu.»

Grida, anzi sta zitto, ma la sua voce dentro di me, dice:
«vivi pi l’attimo chi precede u vasuni, pi u disìu chi nasce ma nun si concretizza. Picchì jè pi chiddu spazio chi si trova a vera libertà»

Prende due remi. Barca diventa una parte di sé.
Remiamo. (silenzio)
L’Arca. L’Amerca.
È così buio che non riesco a capire se sia lo spazio, l’acqua, o liquido amniotico.
Torniamo in spiaggia.
Le donne non ci sono più.

Entriamo dentro la piccola porta in legno nel vitigno.

Concretizzo: Io, l’amore non so cos’è. Ho amato, amo ed amerò.
Probabilmente mi definisco un amante, participio presente di amare.
L’idea che l’attimo prima sia più potente del sesso, del bacio, della carezza, degli occhi.

22 dicembre 22.30
Sono nella mia stanza di Bruxelles, domani tornerò in Sicilia dopo tanto tempo. Dovrò svegliarmi presto, l’aereo parte da Charleroi alle 9 e qualcosa. Pietro mi aspetta in aeroporto.

E8-D1-F565-4691-469-D-ABBF-41-CB1237-A162-1-201-a

In questo periodo sto scrivendo meno. anzi sto scrivendo niente. sto vivendo di più. diciamo. sto studiando per la laurea. sarà giorno 5 aprile. spero bene. dopo ci sarà la primavera.